Il simbolo della Fenice trova le proprie origini nell’antico Egitto ove assumeva il significato solare associato alla città di Heliopolis. In essa veniva onorato il dio Sole Ra che ogni giorno sorgeva e tramontava. La fenice è un sogno d’immortalità, considerata simbolo sacro assomiglia ad un aquila reale, ha il piumaggio che va dal rosso al blu, dalla porpora all’oro. Gli antichi egizi furono i primi a parlare della fenice ossia del Bennu, nome che deriverebbe dal verbo “benu” che significa risplendere, sorgere o librarsi in volo. I testi delle piramidi parlano di un uccello simile ad un airone comparso sulla prima collina emersa dalla acque primordiali.
La Fenice è il simbolo più importante del Satanismo e della Massoneria perché rappresenta Satana trionfante che risorge dalle ceneri dopo la sua caduta.
"la fenice è un simbolo del nostro dio Lucifero che è stato abbattuto ma tornerà a regnare sul mondo intero" (William Schnoebelen)
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| Lucifero gettato sulla terra risorgerà dalle sue ceneri |
L’iconografia della Fenice viene dopo quella del Pellicano non solo nel rispetto della successione delle fasi alchemiche ma, anche nel significato rispetto a quello che lo precede. Infatti la sua capacità di ricrearsi acquisisce il significato divino nei confronti di quello umano del Pellicano. La simbologia del Pellicano fu impiegata in molteplici significati, fra cui quello della Pietra Filosofale, per l’interesse non egoistico in quanto il Pellicano nutre i suoi piccoli con il sangue che sgorga dal suo petto è l’immagine dell’amore paterno.
Il sangue scaturente dal petto del Pellicano è, per l’Ars Symbolica, la forza spirituale che alimenta il lavoro dell’alchimista che con grande amore e sacrificio conduce la ricerca della perfezione. Nell’iconografia alchemica il Pellicano simboleggia un particolare vaso nel quale veniva riposta la materia liquida da distillare.
La leggenda che ci racconta Tacito negli “Annales” si allontana ancora di più dall’originale: secondo lui, la Fenice si fabbricava in Arabia un nido con ramoscelli di piante aromatiche, dal quale usciva la nuova Fenice che indi bruciava il padre. Secondo altri antichi, infine, l’animale, giunto a tardissima età, si uccideva sopra un rogo di legni odorosi per poi risorgere dalle proprie ceneri, più puro e più bello. In Roma tale mito, conosciuto già in età repubblicana, avrebbe fornito al poeta Levio (secc. II-I a. C.) lo spunto per la composizione di un carme figurato nel quale la disposizione dei versi riproduceva l’immagine di un’ala.
Durante l’impero romano, la leggenda della Fenice assurse a simbolo del mondo che si ripete e si rinnova incessantemente: cantata, tra l’altro, da Ovidio e da Claudiano, e riferita da Plinio il Vecchio. Anche artisti e scrittori cristiani ne sfruttarono le potenzialità allegoriche, piegando l’antico mito a significare misticamente la promessa cristiana della resurrezione e della vita eterna: tale nuovo valore informa di sé tanto il “De carnis resurrectione” di Tertulliano quanto il “De ave phoenice” attribuito a Lattanzio. Cosa rara e quasi impossibile a trovarsi, la Fenice divenne nel linguaggio popolare un qualcosa di tanto straordinario da sembrare inverosimile, una specie di portafortuna per le persone buone, un qualcosa di magico, senza età né tempo. Il significato che comunemente si ricava dal mito della Fenice, in grado di risorgere dalle proprie ceneri, è che la fine di un ciclo non comporta la distruzione di tutto quanto fatto, bensì è permesso ripartire da dove si era arrivati per proseguire il cammino ad un livello superiore.
Anche i cinesi conoscevano un’analoga figura di animale mitico convenzionalmente chiamato fenice. Rappresentato con corpo di drago e testa di fagiano, era anch’esso simbolo di immortalità, nonché emblema dell’imperatrice.






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